Con sentenza n. 26199 dello scorso 27 novembre 2021, la Corte di Cassazione si è espressa sulla inesisenza delle delibere assembleari adottate da un soggetto estraneo alla compagine sociale, alla luce della novella legislativa introdotta con il D.Lgs. n.6 del 2003.  

Nel caso di specie, parte ricorrente contestava la validità di due delibere assembleari per violazione dell’art. 2377 co.5 n.1 del c.c..

In primo grado veniva dichiarata l’inesistenza delle delibere; al contrario in sede di appello i giudici di merito dichiararono la loro annullabilità, oltre che l’inammissibilità del ricorso stesso per decorso del termine di 90 giorni. La sentenza è così arrivata al vaglio dei giudici di legittimità che l’hanno cassata.

La Suprema Corte ha, preliminarmente, definito l’istituto della delibera assembleare.

A tal uopo, è stato evidenziato come secondo un primo orientamento giurisprudenziale, una delibera è tale se concorrono due requisiti:

i) un momento di appropriazione della decisione da parte dell’organizzazione societaria;

ii) un momento di riunione dell’organo, anche con soggetti non legittimati.

Per converso, un diverso orientamento giurisprudenziale ritiene quale elemento identificativo la manifestazione della volontà dei soci sottoforma di voto e proveniente da una maggioranza anche apparente, in cui abbiamo preso parte i soci titolari del diritto di voto.

Sulla scorta di tali orientamenti, nella sentenza in esame, è stato, invece, affermato che la delibera assunta unicamente da soggetti non soci e pertanto non legittimati a votare, non può considerarsi una vera e propria delibera difettando dei requisiti atti a qualificarla come tale.

Seguendo il prosieguo del ragionamento, la Corte ha pertanto esaminato il vizio che affligge una delibera così assunta.

Prima della riforma del 2003 vigeva la regola generale dell’annullabilità, ex. art. 2377 del c.c., mentre l’ipotesi della nullità era limitata ai soli casi previsti dell’art. 2379 c.c. sull’impossibilità o illeceità dell’oggetto.

Accanto a queste due categorie, la giurisprudenza aveva elaborato un tertium genus (per ultimo la Cass. n. 7693/2006) dell’inesistenza giuridica delle delibere che si verificava quando l’atto si discostava talmente tanto dalla realtà giuridica da non permettere all’interprete di ricondurlo alla categoria delle deliberazioni assembleari.

L’atto risultava così carente degli elementi o fasi essenziali tipici, delineanti e caratterizzanti la delibera stessa.

Con il D.Lgs 6/2003 il legislatore ha modificato la disciplina dell’invalidità, indicando in maniera tassativa le ipotesi in cui questa si potrebbe manifestare.

Tuttavia, è stato rilevato come nel caso in cui manchino gli elementi costitutivi e caratterizzanti una delibera assembleare (id est: votazione da parte di soggetti incompetenti), il Collegio ha escluso l’applicabilità del regime dell’annullabilità, ex. art. 2377 co.5 n.1 e/o della nullità nel caso di specie.

La Corte, riprendendo un certo orientamento giurisprudenziale (Cass. n. 5197 del 1979, n. 2698 del 1961), ha ribadito che l’atto non può essere qualificato come delibera assembleare nel caso in cui sia “realizzato con modalità difformi da quelle imposte dalla legge o dallo statuto sociale, ma tali da far si che la carena di elementi o di fasi essenziali non permetta di scorgere in esso i lineamenti tipici dei quali una deliberazione siffatta dovrebbe esser connotata nella sua materialità”.

Affinché possa parlarsi di delibera non è solamente necessario che l’atto derivi da un’assemblea della società, secondo i criteri delineati ab initio, ma altresì che a questa abbiano partecipato soggetti con la qualifica di soci.

Non è, pertanto, sufficiente una mera votazione ma occorre che quest’ultima sia manifestazione del voto di soci legittimati.

Laddove ciò non avvenga si avrà unicamente una mera parvenza di delibera, la quale dovrà considerarsi inesistente.