La sentenza 32804/2021 della Corte di Cassazione Civile ha statuito in merito alla disciplina applicabile nel caso di permuta avente ad oggetto beni di diverso valore economico.
La fattispecie sottoposta al vaglio della Suprema Corte ha ad oggetto la domanda di reintegrazione nella propria quota di riserva proposta dal coniuge e dal discendente del de cuius, il quale aveva devoluto l’intero patrimonio esclusivamente alla figlia.
Nel risolvere la controversia di cui sopra, la sentenza in esame approfondisce le seguenti questioni giuridiche:
i) la possibile differenza di valore tra beni oggetto di permuta e la qualifica di tale situazione;
ii) il riconoscimento della fideiussione bancaria come passività immediatamente detraibile dal patrimonio del defunto o come passività ereditaria,
Con riferimento al primo aspetto, la Suprema Corte ha definito la permuta come il negozio in virtù del quale i contraenti procedono ad uno scambio di beni generalmente di uguale valore.
Potrebbe, tuttavia, verificarsi che uno dei beni oggetto di scambio abbia un valore difforme rispetto all’altro.
In tal caso, si parlerà di negotium mixtum cum donationae, laddove vi sia la necessaria copresenza dei seguenti requisiti:
i) volontà delle parti di compiere un atto a titolo oneroso, sia esso tipico o atipico;
ii) volontà di determinare l’arricchimento altrui;
iii) una sproporzione del valore dei beni scaturente da uno spirito di liberalità.

Conseguentemente, affinché tale istituto possa considerarsi integrato è necessaria la dimostrazione dell’animus donandi.
La valutazione di tale ultimo elemento è un apprezzamento di merito, che dovrà fondarsi sull’esame dei fatti concreti della causa, pertanto; esso pertanto, laddove adeguatamente motivato, non potrà essere censurato in Cassazione.
Ha poi ritenuto la Corte che, nella fattispecie in esame, il divario di valore tra le quote immobiliari oggetto della permuta e la qualifica del defunto, il quale era un imprenditore esperto, fossero indici tali da dimostrare la volontà del de cuius di arricchire il figlio.

Con riguardo invece al secondo aspetto, la sentenza in esame ha modificato l’orientamento della Corte territoriale, evidenziando come le fideiussioni bancarie non costituiscono sic et simpliciter delle passività immediatamente detraibili, posto che sono deducibili dall’asse ereditario unicamente i debiti ereditari liquidi ed esigibili.
Ed invero, a mente dei giudici di legittimità, una fideiussione può considerarsi deducibile unicamente laddove all’apertura della successione ricorra uno dei seguenti presupposti:
i) insolvibilità del debitore garantito;
ii) l’impossibilità di esperire l’azione di regresso.
E questo perché, solo in tal caso si assiste ad un effettivo depauperamento dell’attivo ereditario.
Ne consegue che, in presenza di una fideiussione, si applicherà la stessa regola prevista per i debiti sottoposti a condizione sospensiva: essa sarà esclusa dal passivo, salvo nel caso sussistano, all’apertura della successione una delle due condizioni sopradette (insolvibilità del garantito o impossibilità ad esperire l’azione di regresso).